Un passato che parla di noi: delle nostre radici: dei romani, dei liguri apuani ma anche del bisogno umano di addolcire la storia. In un racconto in cui anche la guerra trova giustificazione nell'amore.

Gli scavi di Luni

Sovente l’uomo, artefice di una storia, intrisa di violenze e distruzioni, avverte l’esigenza di addolcirla, inserendo in essa dosi massicce di moventi sentimentali.

In alcuni casi, addirittura, la leggenda spodesta completamente la realtà.

Complice la grandezza espressiva di Omero, ad esempio, oggi è universalmente accettata la versione che attribuisce alla bellezza di Elena, il lungo conflitto conclusosi con la distruzione di Troia.

Analogo destino è condiviso dalla città romana di Luni la cui distruzione è intinta nell'inchiostro del romanticismo.

La prosaica ma più che attendibile versione di una sua messa a ferro e fuoco da parte del’esercito di Hasting, re dei Vichinghi, è stata marginalizzata da quella che attribuisce il nefasto evento alla collera di un Alarico, pazzo di gelosia.

Quest'ultimo infatti, tradito e in preda al risentimento, sarebbe il furioso artefice di quella immane distruzione.

In base a questo racconto infatti Lucio, principe di Luni, si innamorò, corrisposto, della sposa di Alarico in occasione di un soggiorno trascorso a Luni da parte della coppia reale.

Una finta contagiosa malattia con la complicità di un medico compiacente che dichiarò la principessa morta e da seppellirsi priva di qualsiasi contatto umano per evitare il mortale contagio, furono l’espediente escogitato dai due amanti per dar sfogo ad una passione che non riusciva ad essere contenuta ma, in un tempo antecedente l'introduzione dell'istituto del divorzio, poteva produrre effetti solo attraverso l'adozione di espedienti.

Poi, come del resto tuttora avviene in analoghe circostanze, anche allora ci fu qualcuno che ritenne doveroso occuparsi dei fatti altrui.

Alarico venne avvertito dell’inganno e…apriti cielo, Luni venne rasa al suolo.

Del resto se non solo la fine di Luni è avvolta in un alone di romanticismo.

Anche la sua nascita è oggetto di un destino analogo: una verità prosaica, oggi dimenticata e spodestata da una leggenda sentimentale.

Il toponimo “LUNI”, attribuito alla città fin dalla sua nascita trae origine, in realtà, dall'etimo Lun che con il consimile Luk fa riferimento alla palude.

Questa tesi trova un corposo fondamento nel fatto che la colonia di Luni era originariamente circondate da ampie zone paludose, bonificate poi dai romani, fondatori della città.

In maniera romanzata ed addolcita invece ha assunto consistenza la voce secondo la quale, in presenza di una terra bella e selvaggia, i Romani abbiano voluto dedicare la città che andavano realizzando ad una Dea, dotata di caratteristiche similari: anch'essa bella e selvaggia appunto.

Lunae, l'appellativo con cui veniva chiamata Diana Lucifera risultò quindi la prescelta.

Ed a rafforzare il racconto c'è anche un elemento simbolico

Lunae, infatti, veniva simboleggiata attraverso una stella ed un quarto di luna falciforme che, nel rispecchiamento terreno, assumevano la forma a falce del porto, quindi il quarto di luna, in cui Luni, riproduzione della stella, occupava la parte centrale.

In ogni modo quale che sia la verità in merito alla nascita ed alla fine di questa città, essa ci lascia un messaggio e tante belle testimonianze che meritano di essere visitate.

Il messaggio è che ogni gloria terrena è transitoria.

Quella di Luni è durata 4 o 5 secoli dopo di che è stata avvolta dal silenzio rotto solo dagli scavi che nel secolo scorso l'hanno riportata alla luce.

Le testimonianze sono un complesso di rovine che ci parla di noi, del nostro passato. Di come siamo cambiati rimanendo noi stessi.

Al suo interno, infatti troviamo il tempio, l'anfiteatro, la bottega e si capisce quindi che, da sempre, l'uomo ha necessità di vivere con i suoi bisogni, i suoi desideri e le sue passioni.

Che non può limitarsi a soddisfare il proprio corpo ma, anche se a questo bisogno da risposta in maniere diverse, avverte anche la necessità di prestare attenzione alla sua componente spirituale.

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