A poca distanza dal B&B EREMO GIOIOSO: Carrara e i suoi marmi.

Alcune città vengono immediatamente associate a qualcosa: un fatto, un evento, un prodotto.

Così se uno cita Barletta non possiamo fare a meno di andare con il pensiero alla famosa disfida, Parma ci riporta al prosciutto, Napoli alla pizza e Carrara al marmo, alle Alpi apuane dalle quali viene estratto, a Michelangelo ed ai suoi capolavori.

Carrara

Distante solo 60 km, partendo dal B&B EREMO GIOIOSO di Previdè Carrara è raggiungibile in poco più di mezz'ora di autostrada.

Affacciata sul mare, è racchiusa nella striscia di terra che separa le sue spiagge dalle Alpi Apuane.

Ma alle Alpi Apuane che ancora la proteggono, Carrara deve molto di più: la sua nascita, la sua crescita, il suo essere diventata  famosa in ogni angolo del pianeta.

Ed, infine, lo stesso suo nome. Esso, infatti non è estraneo alle ferite che queste belle montagne, da secoli, si lasciano infliggere per regalare un marmo unico, apprezzato universalmente tanto che, per far fronte alla domanda, viene estratto in grande, forse eccessiva, quantità. 

Carrara infatti altro non è che la storpiatura dei termini inglese, quarryin, e francese, carrière, con cui, in quelle lingue, vengono indicate le cave.

Tralasciando i piccoli insediamenti precedenti, la città nacque intorno al II secolo a.c. quando i romani presero interesse al locale marmo che venne abbondantemente impiegato in tante opere dell’odierna capitale, e per trasportare il quale, attrezzarono il porto di Luni.

Poco potremmo aggiungere rispetto a quanto già conosciuto circa l’importanza assunta da questo materiale nell’arte e nell’architettura nazionale e mondiale.

E se i precursori, i Maestri Comacini, Nicola e Giovanni Pisano, etc., che utilizzarono il marmo per le loro opere, nel Rinascimento, sono poco noti ai più, lo stesso non si può dire di Michelangelo che era solito venire a Carrara per scegliere i blocchi con cui realizzare i suoi capolavori.

La comodità di reperimento del materiale ha del resto stimolato il desiderio di cimentarsi, utilizzandolo, per quanti, in queste terre nutrivano una vocazione artistica o, indirettamente, ambivano a promuoverla.

Questa condizione giustifica la presenza di molte opere d'arte, in una città di non grandissime dimensioni ma che, già Comune dall’XI secolo, ha poi visto succedersi diverse signorie e repubbliche, animate dall’intento di lasciare una tangibile testimonianza del loro governo.

E ancora una volta abbiamo conferma di come, anche quello che viene additato quale un difetto privato, la vanità, non di rado, possa tradursi in un pubblico beneficio.

Opere da vedere a Carrara

Monumenti, piazze, chiese, palazzi, tutti con ampio impiego di elementi marmorei, contribuiscono, oggi, a fare di Carrara una città piacevole da visitare.

Ricca di opere apprezzabili in molte delle sue vie e quartieri.

Fra questi meritano menzione:

A)La chiesa del Suffragio, eretta su disegno di Innocenzo Bergamini nei primi dell’Ottocento . Detta anche la Chiesa del Purgatorio.

Il suo interno, come quello di tutte le Chiese di Carrara, è ornato di pregiati marmi. Di  notevole valore il quadro raffigurante la Madonna del Suffragio.

Oggi questa chiesa è sconsacrata e viene utilizzata per scopi culturali quali mostre e manifestazioni.

B)il Duomo di Sant’Andrea Apostolo, caratterizzato da un impianto romanico sul quale si sono aggiunti elementi gotici. (sec. XI-XIV), rivestito completamente di marmi a bande bianche e grigie.

Ornato poi da un portale romanico finemente scolpito è sovrastato da un raffinato rosone gotico.

Il suo bel campanile è della seconda metà del duecento, mentre una preziosa croce dipinta del Trecento ed alcune belle sculture marmoree sono conservate al suo interno.

C)La chiesa di Santa Maria delle Lacrime  o Chiesa della Madonna del Pianto.

Attualmente utilizzato come Oratorio, venne edificato nel 1650 dalla Confraternita della Rosa.

Il 23 aprile 1651 il Duca Alberico II° Cybo Malaspina,  fece trasferire, dal ponte delle Lacrime vicino alla Chiesa delle Grazie, dove si trovava, una immagine della Madonna delle Lacrime, realizzata in affresco.

Come facilmente desumibile, la Chiesa trasse nome quest'opera, che era stata dipinta da Domenico Utens di Carrara, figlio di Giusto che da Bruxelles che era venuto a stabilirsi in questa città nella seconda metà del secolo XVI. 

L'accesso al porticato esterno è ad un livello più alto del piano stradale, per cui è preceduto da due scalini, realizzati in marmo bianco venato.

Il porticato è affiancato al centro da due colonne e due pilastri monolitici anch'essi in marmo. Lo stile dei pilastri è dorico, e strutturalmente essi fanno da sostegno ad un cornicione pure di marmo, su cui si eleva  il second’ordine della chiesa.

Nel mezzo della facciata trovano alloggio due nicchie contenenti altrettante statue, un santo con barba e lungo bastone ricurvo, l’altro anch’egli con un bastone grezzo e sulla spalla un bambino. Tra queste nicchie un grande finestrone di stile barocco che da luce all’orchestra.

Il porticato è chiuso da una cancellata più recente, costruita nel 1880 e sul pavimento si susseguono lastroni in marmo bianco venato.

Agli angoli della facciata, due lesene in marmo reggono un cornicione pure marmoreo, sovrastato da uno barocco.  

Sotto il porticato, in nicchia, una a destra e l’altra a sinistra, due statue  (di cui una detta della Carità, con in braccio un bambino), mentre l’altra molto più grande, che sembra un angelo, munita di grande Croce, non ha riferimento.

Sul lato sinistro dell’ingresso alla Chiesa, una Cartella barocca contornata da trofei e sculture di ornato, sormontata da uno stemma ricorda il celebre poeta e scrittore latinista, carrarese, Francesco Berrettari.

D) la chiesa della Madonna delle Grazie 

La costruzione della Chiesa delle Grazie, richiese ben 40 anni. Fu infatti iniziata tra il 1620 e il 1623 e completata solo nel 1663.

Il governatore Cybo Malaspina volle che, al suo interno, venisse collocata un'antica immagine della Madonna (sec.XVI) che era affrescata, su una parete, nella Cappelletta del Palazzetto del Principe, oggi palazzo Micheloni, in località "Groppoli". 

Ordinò che venisse rimossa l’intera parte del muro contenente l’affresco e che lo stesso venisse collocato in una  nicchia appositamente costruita nell'altar maggiore dove ancor oggi è oggetto di venerazione per i fedeli e di ammirazione per i cultori d'arte. 

L'altare  maggiore e le tribune laterali si relazionano nello spazio tridimensionale evocando una circolazione unitaria il cui centro è rappresentato dalla raffinata sezione che contiene appunto questo pregevole affresco.

La drammaticità delle linee e dei volumi, l'asimmetria delle mensole, riflessa e ripetuta nelle soglie delle porte, sono una testimonianza evidente di quella che fu definita arte carrarino-toscana, formando con l'imponente altar maggiore un abside virtuale di maestosa e rara bellezza, testimonianza della capacità architettonica dell'arch. carrarese Alessandro Bergamini, che già si era messo in luce anche in altre chiese della Toscana. 

LE PARETI DI MARMO

La facciata esterna della Chiesa, come oggi la vediamo tutta in marmo ordinario di Carrara, è stata realizzata solo nel 1960. Ma da un manoscritto anteriore al 1777, molto dettagliato nelle misure e nella varietà, abbiamo notizia che i marmi per rivestire la facciata erano già stati approntati a quell'epoca anche se, per ragioni non note, non furono poi impiegati.

L'interno è di stile barocco - rococò.

Unica in tutta la Provincia di Massa Carrara, da terra sino all'altezza del cornicione, è interamente rivestita di marmi bianchi e colorati sia locali che esteri, anche rari, sapientemente armonizzati tra di loro dai maestri artigiani carraresi intorno agli anni 1750 – 1770.

La decorazione delle pareti non può non colpire l’occhio del visitatore che, inevitabilmente, viene attratto dall'imponenza dell'opera.

Quasi sempre infatti, chi si trova davanti a questa facciata, viene spontaneamente indotto ad avvicinarsi per accertarsi di come essa sia effettivamente realizzata, per ammirarne l'armonia dei particolari e per tentare di individuare i segni d'unione non evidenti delle molteplici varietà marmoree che vanno a formare nell'insieme un gustoso e caldo drappeggio.

Sia nelle pareti che per gli altari è stata utilizzata un’ampia varietà di marmi.

I MARMI DELLE PARETI E DEGLI ALTARI

Per le pareti della chiesa si è fatto ricorso unicamente a "breccia vecchia di Pietrasanta"

ALTARE MAGGIORE

Per le colonne è stato impiegato il rosso altare o rosso Alpi mentre lo statuario, unitamente all’onice è stato utilizzato per il tabernacolo. 
Nei confessionali invece troviamo: breccia aurora, breccia pernice, verde frye, granito rosa, breccia arlecchino e broccatello di Siena.

ALTARE DI S.FRANCESCO

Nelle colonne trovano impiego: fior di pesco, bianco chiaro, bianco ordinario venato, portoro macchia larga e statuario

ALTARE DI S.ANTONIO

Le colonne sono state realizzate con macchia vecchia, verde saint-Denis e fasce di portoro di macchia larga

Mentre per il tabernacolo sono stati usati rossi di Siena, pietra medicea o macchia vecchia e bianco Carrara

Nel PULPITO troviamo solo bianco venato  mentre per le LESENE i materiali prescelti sono stati: giallo di Siena chiaro, broccatello di Siena, breccia violetta

La CANTORIA infine mette in mostra il bardiglio chiaro venato, il bianco venato e lo statuario

E) il Teatro degli Animosi venne costruito nel 1836 e pagato interamente dalla illuminata borghesia locale dopo che la città era rimasta priva di un teatro.

Infatti l'edificio che fino ad allora aveva svolto questa funzione, Palazzo Ducale, era stato demolito per far posto all'accademia delle belle arti.

Realizzato in stile neoclassico, il Teatro degli Animosi si presenta conuna facciata tripartita, completamente realizzata in  Marmo di Carrara .   Due ali lavorate a  bugnato terminanti con paraste e sulle quali è presente una finestra in ognuno dei due livelli, fanno da cornice ad un  pronao composto da sei elementi che al piano inferiore assumono la forma di  pilastri massicci mentre in quello superiore il loro posto è occupato da altrettante  colonne ioniche al livello. Il tutto è poi terminato da una  balaustra contenente dei motivi a ghirlanda ed una dedica, che nel progetto originario avrebbe dovuto essere sormontata a sua volta da sei statue allegoriche ed una scalinata in marmo.

Il foyer interno ha un soffitto a cassettoni e una tripartizione realizzata attraverso la disposizione di otto colonne in stile dorico, realizzate con il marmo di Carrara. Così come dello stesso materiale sono le colonne che nella sala contrassegnano il loggione ed i tre ordini di palchi che sono collegati fra di loro attraverso scale realizzate, ovviamente, in marmo di Carrara. Pressoché in tutto l'edificio sono poi presenti decorazioni di pregio, attribuite a vari artisti locali.

F) Piazza Alberica fu voluta nel seicento da Alberico Cybo Malaspina, a ridosso delle mura urbane da lui stesso fatte edificare.

Su di essa vi si affacciano nobili palazzi risalenti a quel periodo, il selciato è intarsiato con il pregiato marmo delle Apuane, in mezzo sorge la statua di Maria Beatrice d’Este: è la piazza più bella di Carrara.

G) Accademia di Belle Arti. Si trova nel rinascimentale palazzo che fu residenza dei Cybo Malaspina, in piazza Mazzini. E’ un edificio cinquecentesco, ampliato nei secoli successivi, che sorge su un precedente castello medievale. Il palazzo fu donato nel 1805 da Elisa Baciocchi sorella di Napoleone e granduchessa di Toscana, all’Accademia delle Belle arti, fondata nel 1769 da Maria Teresa Cybo Malaspina.

Nel cortile si trova una preziosa raccolta di sculture di epoca romana, medievale e moderna, fra cui l’edicola dei Fantiscritti, un bassorilievo romano datato 203-212 d.C., rinvenuto nella cava omonima dove furono scolpite tre figure, che i cavatori cominciarono a chiamare “Fanti”, cioè giovinetti, in realtà si tratta delle raffigurazioni di Giove, Ercole e Bacco. Molti visitatori impressero su quel marmo il segno del loro passaggio lasciando i loro nomi incisi sopra, fra questi ci sono firme di personaggi illustri come Giambologna, Canova ed altri. L’intera cava ha preso il nome da questa edicola.

H) Inoltre,  e non poteva mancare a Carrara, c’è un interessante Museo civico del marmo
E’ una struttura espositiva che si trova in località Stadio, Viale XX settembre, formata da varie sezioni riguardanti la produzione e la lavorazione del marmo nelle Alpi Apuane.

Anche i dintorni di Carrara sono però meritevoli di visita perché ricchi di elementi interessanti, sotto vari aspetti. Colonnata, ad esempio, è un piccolo borgo di cavatori, fondato nel 40 a.c., al centro del bacino marmifero denominato Gioia. Caratterizzata da strade strette e ripide e numerosi archi, nel xv secolo ha visto erigere nel suo punto più alto la Chiesa di San Bartolomeo. O ggi questa piccola frazione è conosciuta in tutto il mondo per il lardo che vi si produce, il companatico prediletto da chi per lavoro si recava alle cave,  di cui Venanzio, il bottegaio del borgo, è stato iniziale ambasciatore negli USA e che da alcuni anni  nella seconda metà di agosto, viene celebrato con una superba “Sagra del lardo” .

A Miseglia invece è possibile visitare la Cava di Fantiscritti, considerata dagli esperti una delle più belle cave in galleria del mondo. Inoltre ancor oggi si può restare affascinati dai tre suggestivi ponti gemelli (i Ponti di Vara) che consentivano il passaggio dell'antica ferrovia, la marmifera, utilizzata per il trasporto di questo prezioso materiale. La Cava, come poco sopra ricordato, deve il proprio nome al ritrovamento di un reperto di epoca romana (oggi conservato presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara) consistente in un bassorilievo scolpito nella roccia: tre piccole figure contornate da scritte in latino. Considerato che a Carrara i bambini si chiamano “fanti” e che le parole fissate su un supporto vengono designate come “scritti” è immediatamente palese l’origine del nome: FANTISCRITTI.

Il MARMO di CARRARA

L'escavazione.

I metodi di escavazione sono naturalmente mutati attraverso i tempi. La maggior parte delle cave apuane viene coltivata a cielo aperto, ma non meno importanti sono alcune importanti escavazioni condotte in sotterraneo. Nelle cave a cielo aperto le tecniche estrattive tradizionali tengono conto della natura metamorfica di sedimento dei giacimenti marmorei, caratterizzati da numerose fratture naturali. Queste fratture separano le masse compatte del marmo secondo due direzioni specifiche: la prima è indicata come  verso ed è quella che corrisponde alla stratificazione naturale del marmo. La seconda è indicata come  verso al contro , che si presenta perpendicolare alla prima direzione, ossia al  verso. L'individuazione delle fratture è essenziale per determinare le procedure da adottare nella coltivazione della cava, allo scopo di ridurre al minimo gli sprechi del materiale e rendere più razionali ed agevoli le operazioni necessarie per il distacco del prezioso minerale.

La tagliata.

Questo antichissimo sistema era attuato sfruttando in gran parte le fratture naturali del giacimento: i lati del blocco da abbattere erano incisi e delineati mediante tagli a forma di  V con la subbia e con la mazza, profondi da 15 a 20 cm, le cosiddette  formelle. Nella parte posteriore, saldata al resto del giacimento, veniva praticata una trincea, la tagliata, con una profondità corrispondente alle dimensioni del blocco da abbattere, e con una larghezza appena sufficiente a consentire ai lavoranti di effettuare lo scavo mediante mazzetta e scalpello, talvolta con piccone. Lungo la linea di taglio segnata dalle formelle, venivano inseriti dei cunei di ferro, che battuti ripetutamente con pesanti masse determinavano l'andamento del blocco; il distacco veniva completato utilizzando robusti pali di ferro come leve o grossi cunei di legno opportunamente bagnati per provocarne la dilatazione e applicando una trazione verso il piano di cava, mediante canopi tirati da diverse coppie di buoi. L'uso della tagliata era conosciuta ed applicata in Egitto nelle cave di rocce tenere per la costruzione di Piramidi del regno antico, cioé circa 2600 anni a.c.

La varata. 

Verso la metà del 1600, venne introdotto nelle attività minerarie l'uso della polvere nera (inventata dai cinesi oltre 2000 anni prima). Inizialmente gli effetti introdotti dalle esplosioni furono devastanti per il marmo escavato, che si frantumava fino a risultare di scarso valore commerciale. Con il perfezionamento dell'uso delle mine, si poté operare su vasti fronti di cava con il distacco di enormi quantità di marmo. L'abbattimento di intere porzioni di monte, con spettacolari effetti che ricordavano in qualche modo il varo di grandi navi, prese il nome di  varata. Un lavoro che richiedeva molta esperienza e attenzione era quello dei  fochini: gli uomini addetti alla preparazione e al brillamento delle mine. Questi dovevano approntare un foro nella bancata da abbattere, mediante una lunga barra di ferro detta ago; questa veniva sostenuta da più operai mentre penetrava nel marmo mediante la rotazione manuale o la percussione esercitata all'estremità libera da una mazza di ferro. Realizzato il foro della profondità di qualche metro, vi si introduceva la polvere nella quantità necessaria, vi si applicava la miccia e infine si chiudeva il foro con l'intasatura, costituita da terra battuta, stoppacci di carta e stracci, allo scopo di contenere l'energia dell'esplosione all'interno della bancata. Di particolare efficacia risultavano le mine dette alla francese: queste differivano dalle ordinarie per una cavità sul fondo ottenuta mediante uso di acido muriatico, che condotto in profondità con un tubo corrodeva il calcare, formando una specie di fiasco di ampiezza tale da consentire talvolta l'impiego di 300/400 kg di polvere nera: una carica formidabile, capace di produrre varate colossali. Mestiere pericoloso questo e, infatti, proprio allo scoppio delle mine, alla fine dell'800, era attribuito il maggior numero degli infortuni mortali sulle cave. Poche risultavano le precauzioni adottate: l'avviso dell'imminente esplosione veniva dato solo pochi momenti prima per non spezzare troppo a lungo i tempi di lavoro. Era la tromba, o tuba, che col suo suono grave e prolungato, segnale lugubre che empiva il cielo e le valli, avvertiva del pericolo già prossimo. Allora dilagava il grido: "A la fu!" alla fuga e gli uomini si affrettavano al riparo. Con lo stesso strumento, in antico costituito da una grande conchiglia, s'avvisava che una disgrazia mortale era avvenuta in cava: per civile consuetudine, tutti i cavatori abbandonavano quel giorno il lavoro in segno di lutto. Una volta che sul piazzale di cava, dopo la varata, s'erano riversati blocchi informi di marmo, iniziava il lavoro dei riquadratori, cui aspettava il compito di dare forma regolare ai blocchi, in modo di facilitare il trasporto, eliminando il sovrappeso delle parti non suscettibili di lavorazione. L'introduzione di mezzi meccanici ha fornito all'escavazione del marmo, verso la fine del XIX secolo, un impulso notevole. Si tratta di congegni e metodi che provengono per lo più dai paesi del Nord Europa, dove hanno trovato applicazione nelle attività minerarie del sottosuolo: aria compressa, perforatrici a puleggia, martelli pneumatici... L'estrazione col sistema dell'aria compressa ricalca il metodo classico della tagliata, dove, però, viene praticamente azzerata la fatica umana grazie all'impiego di martelli pneumatici e tagliatrici automatiche.Nonostante gli indubbi vantaggi apportati dalla nuova tecnologia, questa venne ben presto abbandonata a favore di un metodo di taglio tanto semplice quanto rivoluzionario, reso possibile dagli impianti a filo elicoidale. Inventato dall'ingegnere belga Eugéne Chevalier, il filo elicoidale riesce a tagliare il marmo trascinando nella sua corsa l'acqua ed un potente abrasivo, la sabbia silicea. Il filo elicoidale è costituito da un piccolo cavo del diametro di 3,5/6 cm, costituito da 3 fili d'acciaio attorcigliato su se stesso. Questo dà origine a delle scanalature che hanno il compito di trasportare una miscela d'acqua e sabbia silicea, distribuendola lunga tutta la lunghezza del taglio che si vuole effettuare. Qesta miscela esercita con il filo in movimento una potente azione abrasiva, l'acqua consente il raffreddamento del filo e lo spurgo della sabbia consumata e dei residui di marmo derivanti dal taglio. Oggi il filo elicoidale tradizionale è stato sostituito dal filo veloce diamantato e da macchine tagliablocchi.

La riquadratura.

Fino a non molti anni fa, quando ancora si utilizzavano le vie di lizza per far discendere il materiale escavato fino alle strade, i blocchi dovevano essere sottoposti a  riquadratura direttamente sul piazzale di cava. Per riquadrare il blocco occorrevano molte ore di lavoro, a volte più di una giornata di uno o più operai, con alti costi di lavorazione. Quando il blocco presentava un volume eccessivo, doveva essere sezionato in più parti e, prima dell'introduzione del filo elicoidale, si faceva ricorso a rudimentali seghe a mano, sul tipo di quelle usate dai boscaioli, e azionate da due uomini, uno di qua e uno di là dal blocco, con duro, estenuante, e monotono lavoro. Un lavoro interminabile, affidato alla lenta penetrazione nel blocco della lama, la quale non si avvaleva della dentellatura, ma della miscela di rena ed acqua versata via via nel solco del taglio. Questa primitiva e semplice operazione, già svolta in epoca romana dai cosiddetti  sectores serrarii , continuò per secoli e non fu mai del tutto abbandonata neanche quando, a partire dal '700, entrarono in funzione le segherie ad acqua (azionate da ruote mosse da energia idrica) prima, quelle azionate da motori a vapore ed elettriche poi.

La lizzatura.

Il metodo tradizionale seguito per secoli per far discendere a valle i giganti della montagna fu quello della lizzatura: un grande blocco, o una carica di blocchi, erano disposti sopra due lunghi travi di legno e questa specie di rudimentale slitta era calata dall'alto lungo le forti pendenze delle vie di lizza, mollando via via o trattenendo la carica per mezzo di grossi canopi avvolti intorno a un robusto sostegno ligneo, il cosiddetto piro, fatto di grossi pali infissi nel terreno. Via via che il blocco procedeva nella discesa, i lizzatori, per favorire lo scorrimento, disponevano davanti ad esso i  parati, ossia dei travetti di legno resi scivolosi col sapone, una manovra resa rischiosa dall'eventualità di una rottura dei cavi. In seguito questi furono sostituiti con i più resistenti e rassicuranti cavi di acciaio, e negli anni '20, fu anche sperimentato un sistema di lizzatura meccanico per il quale il trasporto dei blocchi era affidato ad un carrello, che affrontava la discesa a valle sopra un binario, assicurato, a sua volta, ad un cavo collegato ad un argano elettrico, che disponeva di freni di sicurezza. Infine, la discesa dei giganti conobbe una svolta decisiva: non furono più i marmi ad affrontare incredibili tracciati, ma fu la strada ad affrontare incredibili tracciati per raggiungere il marmo.

Il trasporto.

Dal 1876 in poi, il problema del trasporto dei blocchi di marmo dalle gole delle montagne alla pianura ricevette un importante contributo grazie ai collegamenti effettuati dalla Ferrovia Marmifera, così come l'impiego di potenti trattori, ai quali si sono aggiunti oggi gli autocarri manovrati abilmente ed arditamente sulle difficili strade montane e nei piazzali di cava. Ma per lunghissimo tempo, prima che entrassero in azione i mezzi meccanizzati, i veri protagonisti della titanica impresa del trasporto, gli incontrastati signori delle strade del marmo furono i bovi dalle lunghe corna, gli animali pazienti e straordinariamente forti, instancabili e muscolosi, capaci di trainare i rozzi carri appesantiti da possenti macigni lungo le strade sterrate, sassose, fangose, segnate da profondi solchi. Una fatica epica, che sempre destava curiosità e ammirazione, soprattutto quando per il trasporto dei blocchi marmorei di straordinaria mole, si doveva far ricorso a 10 o 20 paia di buoi che si snodavano sui difficili percorsi montani, e quindi sfilavano sulle strade della pianura fino a raggiungere i pontili d'imbarco della marina. Nella seconda metà dell'800, i bovi andarono in pensione, perché s'insinuò la Ferrovia Marmifera, che raggiunse con diversi chilometri di binari di raccordo, cave, depositi, segherie e contribuì notevolmente allo sviluppo dell'industria carrarese. Svolse un'importante funzione nel trasporto dei marmi e di persone fino alla seconda guerra mondiale. Fu smantellata all'inizio degli anni '50 quando i camion diesel presero piede sui monti del marmo. La tecnologia avanza a grandi passi, portando con sé maggiore produttività, maggiore sicurezza, ma riducendo drasticamente la presenza dell'uomo sulle montagne di marmo. Il futuro sarà forse, anche qui, del laser e delle macchine computerizzate, ed i cavatori che han fatto storia, diventeranno in poco tempo una romantica figura del passato. 


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