Tradizioni della Lunigiana: il canto del maggio

C’era un tempo in cui il gioco non veniva passivamente consumato. Non c’erano i videogiochi.  Il momento ludico  aveva un carattere coinvolgente. Colui che ne fruiva ne era anche soggetto attivo. Talvolta poi sacro e profano si intrecciavano in manifestazioni di festa collettive che, con il coinvolgimento dell’intero abitato, avevano lo scopo di divertire ma anche di invocare la benevolenza delle divinità ritenute in grado di garantire la fertilità dei campi. In Lunigiana, uno di questi momenti, la cui tradizione è meritoriamente tenuta in vita da alcune compagnie di volonterosi, è il canto del Maggio.

Merita di essere descritto, focalizzando l’attenzione sui vari ruoli:

Intellettuale del borgo . Talvolta anche poco scolarizzato ma, in grado di leggere e scrivere, ed animato da intelligente curiosità:  fra gli episodi di testi epici che aveva avuto occasione di leggere ne sceglieva uno e lo adattava, rendendolo rappresentabile.

Donne del borgo: ricche di capacità, formatesi nell’adattare e riadattare abiti in famiglie che ancora non conoscevano l’opulenza consumistica, realizzavano costumi sgargianti decorati con tutto ciò che era disponibile: passamaneria, ricami, perfino l’applicazione di frammenti di specchi, opportunamente molati.

Falegname del paese, dove assente non era un problema. Quasi tutti gli uomini, in campagna, avevano competenze in merito alla lavorazione del legno: realizzava spade, scudi ed elmi in legno. Questi ultimi poi venivano verniciati e decorati con piume variopinte.

Musicisti del borgo. Spesso con rudimentali conoscenze della musica ma con orecchio musicale: armati di un unico strumento, il violino, avevano il compito di evidenziare i passaggi salienti della rappresentazione con un accompagnamento musicale che rimaneva immutato nei vari passaggi: zirizzinzin..zinzin.. zinzin… zirizzinzin… zinzin… zi!

Uomini e donne del paese, i più vocati per il canto. Sovente gli uomini interpretavano anche le parti femminili, in realtà in cui una sorta di pudore culturale era da ostacolo alla esibizione femminile:  vestiti di abiti che li rendevano distinguibili in base allo schieramento di appartenenza si affrontavano in una manifestazione canora in cui lo scambio di battute cantate serviva ad alimentare l’attenzione in direzione del  successivo, mimato scontro guerresco. Ad esempio, e vado a memoria, in una di queste rappresentazioni la principessa cristiana viene rapita da un sovrano musulmano. I paladini allora entrano nel regno di questo sovrano e lì si registra il seguente scambio di battute cantate, con un po’ di stonature, perché in una manifestazione che si protrae per alcune ore, i cantori maggianti, si lubrificano l’ugola con abbondanti bevute di vino:- chi vi indusse in questa terra?- e di rimando immediato :- siam venuti per far guerra!.- al quale, sottolineato dal suono dei violini, segue il rumoroso scontro delle sciabole di legno con immancabile vittoria di coloro che interpretavano la parte dei buoni. Sì, perché in una società povera ma intrisa di valori, queste rappresentazioni avevano anche un ruolo edificant, teso a testimoniare che l’agire bene trova sempre ricompensa. Ma si sa…erano altri tempi!

W il canto del Maggio!


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