Il Castello di Fosdinovo fra storia, leggenda ed un fantasma che di tanto in tanto...

Il Castello di Fosdinovo

La storia della Lunigiana è fortemente intrecciata con quella del marchesato dei Malaspina, in entrambe le sue componenti: il ramo Spino Secco e quello dello Spino Fiorito.

I Malaspina

Discendenti dell’antica famiglia degli Obertenghi, i Malaspina erano gente tutt’altro che tranquilla come palesemente testimoniato dall’origine del loro cognome.

Della sua genesi infatti esistono varie varsioni, ma tutte tese a mettere in risalto l'anima non proprio candida di coloro che con esso venivano identificati.

Del resto, anche il loro motto lasciava chiaramente intendere che la spina in questione,  poteva arrecare anche dolore: “SUM MALA SPINA MALIS, SUM BONA SPINA BONIS” “Sono una spina pungente per i cattivi, e una spina che non punge per i buoni”.

Alberto, fu il primo a chiamarsi Malaspina, e, a quanto sembra, da subito fornì eloquente testimonianza di coerenza mostrando un temperamento, perfettamente aderente al nome che aveva deciso di portare. Come dire? omen/nomen.

Molti sostengono infatti che, in tale appellativo, ci fosse un chiaro riferimento alla morte di un nemico provocata attraverso l'impiego di una grossa spina.

Altri invece affermano che lo stesso derivasse da un soprannome dispregiativo dovuto alla sua condotta violenta, tesa ad offendere.

Invero, quella di seguito esposta sembrerebbe l'ipotesi più credibile ma, qualora l'adottassimo, l'immagine del casato non ne riceverebbe apprezzabili benefici.

Potrebbe però risultare temperata dal fatto che la condotta da cui il nome era tratto, sembrerebbe essere stata abbondantemente condivisa dai i signori dell'epoca.

Infatti, al pari dei vari Ribaldo, Pelavicino, Malnipote e Malapresa, anche Malaspina sembrerebbe trovare riferimento nel modo in cui i feudi ad essi assoggettati venivano amministrati.

Sovente gravati da ingiusti tributi e gabelle riscosse talvolta con metodi eccessivamente energici.

Comunque i Malaspina divennero signori del feudo in cui sorgeva Fosdinovo nel 1355 e, da allora, senza soluzione di continuità fino ad oggi detengono la proprietà del castello ivi eretto a difesa del borgo.

Contrariamente a una credenza diffusa, però, non furono loro a far progettare l’opera.

Le origini del castello

Dell'esistenza di questa costruzione si parla già in una antica nota nella quale si fa cenno al fatto che già 1084 Fosdinovo fosse una città fortificata.

E che, intorno alla metà del XII secolo, sempre in epoca precedente al dominio dei Malaspina, fu iniziata la costruzione dell’attuale fortezza.

L'attuale struttura del castello

Successivamente i Malaspina, nel corso dei secoli, apportarono modifiche ed ampliamenti talché oggi il Castello di Fosdinovo si presenta a noi nella originaria  pianta quadrangolare ma arricchita di quattro torri circolari agli angoli, collegate fra loro da camminamenti di ronda  con merlature ghibelline.

Inoltre al suo interno sono presenti due cortili, di cui uno centrale, alcuni giardini pensili e loggiati, che  conferiscono al maniero un valore architettonico di notevole pregio.

La Duecentesca porta d'ingresso, protetta anticamente da un ponte levatoio, le cui tracce sono ancora visibili, è sormontata dalla scultura di un cane con in bocca lo Spino Fiorito, in memoria degli stretti legami fra i Malaspina e CanGrande della Scala, ed immette in un cortile normanno. 

Dal  cortile centrale, nel quale sono presenti un pozzo e l'elegante porticato rinascimentale con colonne in pietra, attraverso un portale Cinquecentesco possono essere raggiunte alcune sale arredate ed affrescate alla fine del XIX secolo: la sala d’ingresso, la sala da pranzo col grande camino settecentesco e le ceramiche da farmacia del ‘600, la sala del trono, la stanza di Dante, il grande salone con gli attigui salotti e la camera del trabocchetto con la sottostante sala delle torture.

castello malaspiniano di Fosdinovo

Dalla sala del trono delle piccole scale conducono ai camminamenti di ronda e alla torre merlata.

Il fantasma del castello

Cos’altro resta da aggiungere?Ah, sì, stavo quasi per dimenticarmene: il castello di Fosdinovo ha anche il suo fantasma che, particolarmente durante le notti di maltempo, fra il bagliore dei lampi ed il rombo dei tuoni, si aggira attraversando corridoi e saloni.

La sua presenza impalpabile è conseguente ad una romantica vicenda, avente per protagonista una giovane, bella nobildonna e contenente tutti gli ingredienti dei melodrammi di successo: l’amore, il contrasto dei familiari, l’uccisione dell’amato ed, infine, la morte.

Ad accreditare questa storia, poi, ha contribuito il fatto che proprio al Castello di Fosdinovo, qualche anno fa, siano stati ritrovati i resti di ossa appartenute a un essere umano, probabilmente una donna, e a due animali di specie diversa.

Questa scoperta ha contribuito a far ricredere molti Lunigianesi,  gente pragmatica e concreta portati ad accompagnare con un sorriso ironico ogni cenno a questa vicenda , che, via via arricchita di particolari,  viene tutt'oggi tramandata, per lo più nei racconti che le mamme e le nonne sono solite fare ai bambini che ancora amano farsi raccontare una storia.

La triste storia d'amore di Bianca Maria

le torture inflitte a Bianca Maria

Questa appunto: la storia di Bianca Maria Aloisia, giovane Malaspina, che, vissuta a metà del XIII secolo, incurante del suo blasone, s’innamorò dello stalliere del castello.

L'amore dei due giovani, avversato dalla altolocata famiglia, traeva ancor più vigore dalle condizioni di estrema clandestinità in cui era costretto a manifestarsi.

In breve divampò a tal punto che l'intero contado ne venne a conoscenza, facendone oggetto di racconti maliziosi tesi anche a ridicolizzare la dabbenaggine del capo famiglia incapace di por fine alla amorosa vicenda.

Esasperato da tale situazione il padre di Bianca assunse una decisione irremovibile promettendola in sposa ad uno stimato e benestante cavaliere dei dintorni.

La ragazza si oppose con tutte le sue forze. Rivendicò il diritto a seguire ciò che le suggerivano i suoi sentimenti, ed, incurante del disappunto paterno, si ostinuò a continuare nella sua condotta, frequentando lo stalliere.

Ma il '68, con il suo portato di libertà per la condizione femminile era ancora di là da venire e nelle famiglie patriarcali non erano ammesse trasgressioni. Tantomeno cedimenti ad un sentimento qual'è l'amore che, in un caso come questo poi, nessun beneficio poteva apportare alla famiglia, in termini di potere e patrimonio.

La giovane Bianca venne quindi rinchiusa nel vicino convento, affinché  seguisse una vita monastica, consentendo quindi al severo genitore di non risultare inaffidabile nella promessa fatta al cavaliere prescelto quale genero.

Infatti, ubi maior minor cessat:  Bianca Maria, sposando Dio, automaticamente diventava indisponibile per altri legami matrimoniali.

Ma la tipa era indomita. Al convento continuò ad avere appuntamenti clandestini con lo stalliere e, secondo una versione della vicenda, uno di questi produsse anche effetti che, dopo qualche mese, risultarono difficili da nascondere.

Per onestà ci sentiamo di riportare anche una versione più light, meno peccaminosa.

Secondo questa, Bianca semplicemente si rifiutò di prendere i voti, consapevole che questi avrebbero ucciso anche la residua e tenue speranza, di riuscire un giorno a riabbracciare l'uomo cui si sentiva profondamente legata.

Comunque siano andate in realtà le cose, la giovane venne allontanata dal convento e rispedita al castello.

La cosa non passò certo inosservata e nobili e cortigiane, forse con maggior discrezione ma non certo con minor malignità, si unirono ai popolani nell'irrisione dell'uomo più potente del territorio.

Una situazione difficilmente sostenibile da chi, per rango, non poteva tollerare una tale azione demolitrice della propria autorevolezza.

E la risposta non tardò ad arrivare.

Con decisione drastica e definitiva, il giovane stalliere venne ucciso tra mille tormenti ed a Bianca, piegata dal dolore, non fu riservata sorte migliore.

Trascinata nelle segrete del castello, fu torturata con ferri arroventati e macchine diaboliche che le spezzarono braccia e gambe.

Più volte le venne chiesto di pentirsi e di accettare la clausura, ma la giovane allo stremo delle forze mantenne ferma la sua volontà e privata dell'oggetto del suo amore, si scagliò con parole d'odio nei confronti del suo crudele genitore.

Accecato dall'odio, il padre la fece condannare a morte infliggendole un atroce supplizio.

Aiutata a rialzarsi e camminare, attraverso un lungo corridoio venne accompagnata fino a una piccola stanza buia.

Lì fu legata con una catena e murata viva insieme ad un cinghiale, simbolo della ribellione alle regole della famiglia, e un cane, simbolo del suo amore fedele.

Ma nonostante questa accurata segregazione, ogni tanto, Bianca Maria, eterea, poco più di un'ombra, riappare nelle stanze del castello.

Il fantasma di Bianca Maria

Quasi non volesse farsi dimenticare.

Come se, sia pur meno famosa di Giulietta, anche Bianca volesse continuare a portare in eterno il suo messaggio di autonomia e libertà sentimentale.

Un aiuto ed un ancoraggio forte per quelle adolescienti che, in tempi invero molto più facili, rivendicano il diritto di scegliere l'oggetto del proprio amore. Un diritto insoprimmibile in ogni animo umano. 

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